Il Viaggio di Arlo – La recensione Il Viaggio di Arlo – La recensione

Vedere Il Viaggio di Arlo significa essenzialmente ripercorrere all’indietro un ventennio di strade già battute dal cinema di animazione. Due amici diversi, una storia di crescita e maturazione, una celebrazione del nucleo familiare come quadratura del cerchio del proprio essere. Il tutto, condito da una giostra di comprimari e caratteristi che appaiono e scompaiono durante un mirabolante viaggio che solo sulla carta è un ritorno a casa. Nulla potrebbe essere più classico, e fa riflettere che una scelta simile sia alla base proprio dell’ultimo film Pixar, nota per la propria capacità di rompere gli schemi classici nella narrazione canonica.

Il Viaggio di Arlo Pixar

Eppure, in tutto questo c’è un perché. Nell’anno di Inside Out, laddove il film di Pete Docter ha celebrato la quintessenza creativa della casa di John Lassenter con un coraggioso racconto di introspezione, Il Viaggio di Arlo spariglia le carte mostrandosi come un film estremamente conservatore, ma nel senso migliore ed intellettualmente onesto del termine. Parlando a grandi e piccoli, vuole essere niente altro che una fiaba dove famiglia e amicizia si intrecciano nel tipico climax di emozioni messo in scena da Pixar. Senza temere l'effetto "già visto", parte spiegando cose accadde nello spazio per poi stringere sulla piccola ed intima storia di una strana amicizia.

Senza raggiungere capolavori come Wall-E e Monsters & Co., Il Viaggio di Arlo parte con un’ipotesi mirabolante come quella del meteorite che non ci ha mai colpiti, e fa poi del racconto che segue una storia che pesca dal classico romanzo di formazione, con momenti alla Dragon Trainer e un eroe alla Pagemaster, che da eterno fifone diventa coraggioso proprio perché consapevole della propria paura. E accompagnando lo spettatore all'interno di un racconto molto classico e lineare, l’espediente è stilistico e non narrativo: a dei fondali dal realismo impressionante  vengono affiancati personaggi dai tratti morbidi e stilizzati.

Il Viaggio di Arlo

Un effetto straniamento che colpisce subito, ma al quale ci si abitua in breve tempo. Del resto, il mondo di Arlo è un mondo ipotetico, proprio come lo è la coabitazione tra dinosauri e uomo. Eppure, nella strana coppia che ormai tanto strana non è più, dopo che il duo tra specie diverse è diventato un vero e proprio topos cinematografico, a spiccare è proprio il piccolo umano Spot. 

Il Viaggio di Arlo Spot

Il piccolo cavernicolo riesce a convincere ed a stabilire un legame con il pubblico molto superiore al dinosauro che dà il titolo al film. Dove invece il racconto difetta è nel trascurare l’importanza dei personaggi di contorno: al di fuori del familiari di Arlo, tutti coloro che incontreremo lungo la via non lasciano il segno come in molti titoli, Pixare non, o nei migliori classici Disney dei tempi d’oro. Stupisce, infine, il livello di dettaglio col quale sono portati in vita gli elementi naturali e la loro relazione dinamica nell’ambiente. Realistico fino all’inverosimile, il mondo di Arlo si popola poi di un grande parco di creature e creaturine pronte a fornire su un piatto d’argento l'inevitabile gag.

In conclusione, Il Viaggio di Arlo è racconto tradizionale che di certo, senza gridare al capolavoro, vale il prezzo del biglietto. La voluta linearità della vicenda che narra lascerà alcuni con l’interrogativo se siamo ancora in grado, dopo esserci drogati per anni di voli pindarici di sceneggiatura, di apprezzare una storia semplice e di buoni sentimenti. E la risposta potrebbe non essere così scontata.

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